Contratti a termine: il bicchiere mezzo pieno. Quasi. Forse. Mah...

Buongiorno,

oggi un esempio di come dare una notizia "di regime" con uno stile che nemmeno la Pravda di Breznev (1).

Et voilà, a voi il trionfale pezzo, firmato da Gianni Favero per il Corriere del Veneto: "Un contratto a termine su cinque si trasforma in un posto fisso. A differenza di co.co.co. e co.co.pro. apre la porta alla stabilità".

In ossequio ai nuovi canoni della comunicazione istituzionale mi verrebbe quasi da scrivere #PrecarioStaiSereno.

Perchè in realtà la conversione a tempo indeterminato di un contratto su cinque di cui si parla nel titolo mi pare che significhi che quattro su cinque restano precari o peggio (la matematica insegna realtà in maniera spietata).

Il che assomiglia paurosamente non al bicchiere mezzo pieno citato nell'articolo con un pregevole sforzo di buona volontà, bensì ad un bicchiere che sembra ai miei ingenui occhioni vuoto per quattro quinti (la matematica rende spesso pessimisti anche gli ingenui).

E, a ben vedere, ho l'impressione che l'articolista abbia un tantinello sottovalutato la frase contenuta nell'articolo che recita che complessivamente "il tasso di trasformazione entro un anno è stato intorno all'11%" e che solo in alcuni settori si è giunti al 21%. (Ricordate? "Gianni! L'ottimismo è il profumo della vitaaaa"?)

Perchè le mie ottuse meningi da questo dato si ostinano a dedurre che il bicchiere è pieno per un decimo (anzi, per amor di precisione per un nono), in quanto nove contratti su dieci restano precari (anzi, sempre per quella buffa storia dell'amor di precisione, otto su nove).

In ossequio ai nuovi canoni della comunicazione istituzionale mi verrebbe quasi da scrivere #PrecarioTiE'CadutaLaSaponetta.

E, andando avanti e a veder ancora meglio, la porta che si apre alla stabilità attraverso i contratti a termine dev'essere piuttosto stretta (o i precari che vogliono attraversarla estremamente grassi -e propendo che l'articolista sposerebbe questa seconda visione-), se, in aggiunta a quanto sopra si considera il fatto che "le proroghe ... si verificano una volta su quattro".

Il che si traduce, attraverso una addizione di difficoltà inaudita  per le mie scarsa capacità matematiche(11% di conversioni+25% di proroghe =? mumble mumble), in un 36% (meno male che ho la calcolatrice) di condizioni lavorative che proseguono contro un 64% (sempre la calcolatrice, tranquilli....) dei casi per i quali a fine contratto finisce tutto. 

Con l'enorme pessimismo che mi contraddistingue (la matematica, come dicevo, rende gufi e rosiconi) tradurrei quindi in due contratti su tre la casistica in cui ti si saluta educatamente, se ti va bene. Con un errore inferiore al 3% (oggi mi son svegliato precisino e tignosetto...)

In ossequio ai nuovi canoni della comunicazione istituzionale mi verrebbe quasi da scrivere  #PrecarioTiE'CadutoAncheLoShampoo.

E, in presenza di tanta malcelata malafede contenuta nell'articolo, mi viene il sospetto che il nostro giornalista non sia un precario a tempo determinato (o almeno non uno di quelli più acuti), ma sicuramente uno molto ben allineato.

E mi viene il dubbio che il vero problema potrebbe non essere la quantità del liquido nel bicchiere, ma la sua natura. E quindi che forse, se il contratto a termine è preferito dai datori di lavoro rispetto ai co.co.co ed ai co.co.pro. (come asserito nell'articolo), magari significa solo che è per loro meno costoso e potenzialmente meno remunerativo per il povero precario.

In ossequio ai nuovi canoni della comunicazione istituzionale mi verrebbe quasi da scrivere #PrecarioSeiProprioSicuroCheSiaBirra?

Sapete cosa avrebbe scritto un matematico (e notoriamente la matematica rende spesso comunisti anzi Komunisti): "Contratti a termine: due su tre restano fini a sè stessi. E del terzo restante due su tre restano precari. Ma se proprio siete sicuri sicuri sicuri bevete pure la goccia nel bicchiere. Fossi in voi però prima controllerei di avere l'antidoto".

Ciao

Paolo

(1) A posteriori devo ammetterlo: il riferimento alla Pravda di brezneviana memoria è sbagliato, sudbolo e tendenzioso. "La voce del padrone" suona meglio?

7 commenti:

Philip Michael Santore ha detto...

Supponiamo che il precariato venga abolito per legge: cosa accadrebbe agli otto precari? Quanti di loro verrebbero assunti e quanti invece licenziati?

Michele Reccanello ha detto...

Ciao PMS e buondì a tutti,
Ti sfugge che il post non suggerisce miracolose ricette, ma solo una sana presa per il culo di chi scrive certi articoli così servili.

@Paolo
Ben detto!

PaoloVE ha detto...

@ PMS:

come già ha scrtto MR il bersaglio era principalmente un altro.

Personalmente non sonpo contrario al ricorso al TD, anzi in determinati contesti è indispensabile.

Esite però secondo me un doppio problema italiano in materia: da un lato troppo spesso si ricorre inopinatamente al TD per soddisfare esigenze che invece hanno carattere di costanza, dall'altro si frammentano artatamente i rapposti a TD in una molteplicità di casistiche in modo da cancellare il potere contrattuale dei dipendenti.

Il risultato è che, visto che all'imprenditore non conviene investire nella crescita del dipendente (ha un contratto a termine, chi lo trattiene dall'andarsene alla fine...) e che è relativamente facile comprimere il salario dei dipendenti quando sono divisi in categorie diverse, siamo diventati una realtà che continua a prediligere la competizione sul costo del lavoro, piuttosto che quella sull'innovazione ed i margini di profitto.

Col risultato che stiamo diventando una società progressivamente più povera e meno competitiva.

Ciao

Paolo

Michele Reccanello ha detto...

@Paolo,
nel 2005, quando mi sono sposato, ho fatto il viaggio di nozze nella east cost degli USA, una delle cose che più mi ha colpito a Las Vegas, alla skydome tower: La guardia di fronte all'ascensore era un nonnetto dall'apparente età di oltre 70 anni.
Mi sono quindi trovato a discutere con la guida italoamericana, anch'essa abbastanza in là con gli anni, che rinfacciava a noi italiani che la pensione è lo sport nazionale. Difficile fargli capire che abbiamo la consapevolezza che una volta perso il posto di lavoro diventa arduo, soprattutto dopo i 50 anni, trovarne un altro. Quella guardia anziana è una pietra di paragone delle negatività del mondo del lavoro made in Italy, dove le parole più in voga sono prepensionamento e scivolo (per la pensione).

Philip Michael Santore ha detto...

Negli USA tutti sono precari, se per esempio per precariato s'intende la totale assenza nei contratti a tempo indeterminato di qualsivoglia tutela dal licenziamento: fra uno che ha un contratto di sei mesi e uno che è dipendente a tempo indeterminato il primo sa che con ogni probabilità ha il lavoro garantito per sei mesi e poi chissà, mentre il secondo invece pure: non tutti al giorno d'oggi sono certi che fra sei mesi non saranno licenziati.
Dopo di che potrebbe essere interessante andare a vedere quando le aziende americane assumono a contratto e quando a tempo indeterminato: se da un lato il dipendente precario ha meno potere negoziale, se il datore ci tiene a tenerlo sarà suo interesse proporgli condizioni più vantaggiose.
Se invece in Italia le aziende difficilmente assumono a tempo indeterminato, più che credere che gli imprenditori nostrani siano una manica di citrulli io sono portato a credere che sia un problema di costi. E pensare di risolvere il problema alzando il costo del precariato è illusorio: il rischio, per usare un eufemismo, è che qualcuno di quegli otto precari finisca per perdere il posto.

PaoloVE ha detto...

@ PMS:

"io sono portato a credere che sia un problema di costi. E pensare di risolvere il problema alzando il costo del precariato è illusorio: il rischio, per usare un eufemismo, è che qualcuno di quegli otto precari finisca per perdere il posto."

Hai ragione, ovviamente è un problema di costi e, ovviamente, nell'immediato è conveniente per l'imprenditore tagliarli, ma ne avevamo già parlato qui:

http://acutocomeunapalla.blogspot.it/2014/04/piu-flessibili-piu-poveri-piu.html :

c'è chi con gli stessi costi della manodopera (o superiori, visto che siamo da anni al di sotto della media dei paesi dell'Euro) sta sul mercato e lo fa cercando di ampliare i margini di guadagno invece che di tagliare quel costo sino a strangolarsi perchè implode il mercato interno, visto che salari sempre più bassi permettono sempre meno acquisti.

L'imprenditore italiano invece si sta dimostrando sempre meno capace di operare in tal senso e a pagarne le conseguenze sono anche e normalmente per primi i suoi dipendenti.

Ciao

Paolo

Guido ha detto...

La solita litania della mancata competitività italiana dovuta al maggior costo del lavoro, adesso ha veramente rotto i cosiddetti:
http://epp.eurostat.ec.europa.eu/statistics_explained/index.php/File:Hourly_labour_costs,_2013_%281%29_%28EUR%29_YB14_II.png
Come si vede, a parte la GB, tutti i paesi con un costo inferiore al nostro sono paesi ai quali non ci vorremmo equiparare, o sbaglio?
La Germania ha un costo superiore al nostro, eppure è molto competitiva perché esporta "da bestia" (fu anche ripresa mesi fa dalla UE per "eccesso di export").
http://www.repubblica.it/economia/2013/10/26/news/eurobarometro-69480626/
Ed il suo costo del lavoro tenderà ancora ad aumentare, con il salario minimo di 8,5 Euro l'ora
http://www.repubblica.it/economia/2014/04/02/news/la_germania_approva_il_salario_minimo_8_5_euro_l_ora-82534460/
Visto che, con i contratti a TD o di somminitrazione, assumere creando nuovi posti di lavoro in Italia oggi costa poco ed ha pochissimi vincoli, la continua richiesta della possibilità di licenziare lavoratori a TI significa solamente licenziare un lavoratore che ti costa X per sostituirlo con uno che ti costa X/2, senza creare alcun nuovo posto di lavoro.
Se il problema è solo poter licenziare il lavativo, basterebbe introdurre la possibilità di licenziare e sostituire qualcuno solo se il sostituto guadagnerà almeno l'1% in più...