Amara la medicina, vero?

Buongiorno,

qualche giorno fa nella home page del sito del Corriere della Sera trovavate il link a questo articolo del Comitato di Redazione, nel quale si contestano una serie di scelte aziendali che, dopo aver condotto il più autorevole quotidiano italiano in profondo rosso, dopo una iniezione di capitali, stanno portando alla vendita di asset ed immobili per cercare di tenere a galla l'azienda.

Confesso con un certo dispiacere che la lettura dell'articolo mi ha provocato più fastidio che senso di solidarietà per i giornalisti.

In troppe altre occasioni mi è infatti capitato di leggere sulle pagine del Corriere storie aziendali fatte di scelte imprenditoriali e dirigenziali che hanno portato aziende altrettanto storiche ed importanti al disastro, storie molto spesso documentate con motivi ben più solidi ed ancora più ampia sproporzione tra i demeriti della dirigenza e quelli dei lavoratori.

Ma non ricordo di aver letto sulle pagine del Corriere una particolare solidarietà nei confronti dei lavoratori o un particolare apprezzamento del valore storico dell'azienda di fronte ad una dirigenza che si era dimostrata inadeguata o che prometteva mari e monti senza aver alcuna credibilità.

Anzi, se ben ricordo, ho trovato spesso molta accondiscendenza verso pseudoricostruzioni che avvaloravano con molta leggerezza presunti ruoli fondamentali del sindacato e dei lavoratori in aziende dove il costo della manodopera pesa meno del 10% e talvolta il 5% sul prodotto. E, per contro, ho trovato ancora più spesso molta accondiscendenza verso presunti uomini della provvidenza stile Marchionne o capitani coraggiosi vari e le loro troppo spesso vane promesse. Infine ho trovato sempre molta rassegnazione nel dover accettare le condizioni che il mercato asembrava imporre ineluttabilmente attraverso le parole dei manager.

Che si trattasse di flessibilità su retribuzioni, orari e contratti, di delocalizzazioni, di licenziamenti, di cessioni di rami d'azienda e di chiusure di ditte il refrain era sempre quello: la colpa è prevalentemente di un sindacato ottuso che tutela oltre il lecito i soli privilegiatissimi dipendenti iscritti ed intoccabili, sino a portare le aziende ad immolare la loro storia sull'altare del libero mercato. In seconda battuta lo Stato rapace e burocrate e solo in posizione sfumata troviamo i tanti manager all'amatriciana.

Tutto molto logico, quasi darwiniano, direi quasi serenamente amaro.

 Sapete che c'è? Che nel caso del Corriere della Sera non vedo molte differenze rispetto a quelle storie e, spesso, non sono differenze a favore dei giornalisti, se devo dirla tutta. Per cui confesso che in questo caso è molto forte la tentazione di fermarmi sulle solite posizioni della testata e, per una volta, dire che il valore dell'impresa sta nei soli utili a bilancio, che la sua storia non paga i pasti, che la modernità impone flessibilità nell'accettare il nuovo, che non ci si può arroccare su posizioni sterilmente rigide ed insostenibili e che in fondo ogni cambiamento è una opportunità per migliorare.

In fondo dovrebbe essere facilmente comprensibile e di tranquilla accettazione per chi lo ha sempre sostenuto quando in ballo c'era il culo degli altri.

In fondo è la logica conseguenza della strada che avevano contribuito a preparare, pensando che l'avrebbero percorsa solo gli altri.

Oggi "gli altri" stanno in redazione a via Solferino.

Ciao

Paolo

6 commenti:

F®Ømß°£ ha detto...

Buondì,

la tentazione è esattamente quella che descrivi, Paolo. "Si fottano i sopravvalutati e sovrapagati pennivendoli del Corriere!"
Tuttavia credo che proprio le posizioni ciniche quando "il culo è degli altri" siano parte del problema. Limitarsi al "chi la fa l'aspetti" può dare soddisfazione (e francamente, nel caso dei giornalisti, me ne dà), ma non ferma il continuo peggiorare delle condizioni di lavoro, per i più sfortunati, così come per i privilegiati giornalisti o bancari.

Forse bisognerebbe provare a essere un po' migliori dei giornalisti del Corriere.

Saluti

Tommaso

PaoloVE ha detto...

@ Tommaso:

hai ragione, infatti mi fermo all'avere una forte tentazione.

Non posso però far finta di non vedere, ancora una volta e più di sempre, quanto poco valore abbiano questi giornalisti, che, nel migliore dei casi, hanno dimostrato platealmente di non essere in grado di guardare oltre la punta del proprio naso, visto che sino a ieri, per gli altri, considerazioni analoghe erano trattate con molta superficialità e sufficienza e sempre e comunque "equilibrate" dalla versione dei manager, per quanto debole essa fosse.

Cosa che adesso non è, senza alcun ripensamento nè alcun "Ho sbagliato".

Come sempre, tutti hanno il diritto / dovere di cambiare idea, ma quando ciò apparentemente avviene unicamente in funzione del proprio ombelico la posizione è molto debole. Specialmente se il tuo mestiere è essere credibile, come dovrebbe essere in questo caso.

In sintesi: mi dispiace per quanto sta succedendo ai giornalisti, ma in questo caso non riesco a non vedere l'ulteriore dimostrazione di quel mix di incompetenza e servilismo che contraddistingue troppo ampia aprte della categoria.

Ciao

Paolo

Michele Reccanello ha detto...

Condivido le tue riflessioni, ciò nonostante non possiamo fare a meno di essere critici noi, quelli a cui si applica "il costo della manodopera pesa meno del 10% e talvolta il 5% sul prodotto."

Ai tempi d'oro della azienda dove lavoro i dipendenti erano 12.000 nei primi '80, contro i circa 3000 di oggi. Molti di quei lavoratori erano dovuti a politiche disastrose e incentivanti. I sindacati, blanditi dall'azienda, chiudevano un occhio, se non tutti e due, di fronte all'assenteismo dei lavoratori che spesso facevano il doppio lavoro.
Le responsabilità sono di tutto l'insieme della società, in cui spesso si contribuisce in negativo con piccoli gesti come quelli che dicevo sopra: 1 assenteista è poca poca, 1000 assenteisti non si possono più ignorare. E cosi è importante che ognuno faccia la propria parte, perché solo così si ha autorevolezza che giustificata l'indignazione quando qualcosa va male. Ma quando sei assenteista, se il tuo lavoro lo fai con poca diligenza, con che coraggio puoi criticare?
Ecco, questo è quello che osservo tutti i giorni in azienda, e che penso di me e dei mie colleghi.
Chissà in quante aziende si ripete la storia.

F®Ømß°£ ha detto...

@Paolo

"In sintesi: mi dispiace per quanto sta succedendo ai giornalisti, ma in questo caso non riesco a non vedere l'ulteriore dimostrazione di quel mix di incompetenza e servilismo che contraddistingue troppo ampia aprte della categoria."

Quoto.

@MR

"Ma quando sei assenteista, se il tuo lavoro lo fai con poca diligenza, con che coraggio puoi criticare?"

Precisamente. Troppi in Italia fanno le vittime o gli indignati senza un filo di autocritica.

Saluti

T.

PaoloVE ha detto...

@ Michele:

nel post il riferimento alla scarsa incidenza del costo della manodopera sul prodotto era messo a dimostrazione dell'errore nel voler considerare fondamentale il ruolo di sindacati ed operai in casi aziendali che abbiano quel tipo di storia, non per sostenere che la colpa stia tutta e sola dalla parte dei manager. Ognuno ha la sua quota.

Ma, per fare un esempio, lasciar sostenere che Alitalia sia fallita per colpa dei sindacati e dei lavoratori è pura follia, perchè il peso della manodopera era minimo sul costo del servizio. E politiche gestionali adeguate (mai intraprese dall'azienda) avrebbero potuto molto più di qualsiasi decurtazione di salari e licenziamento di maestranze.

Per fare un casp più recente pesano di più i nuovi contratti imposti da FIAT o l'assenza di modelli innovativi da proporre sul mercato oppure ancora il modello organizzativo aziendale che ha portato alcuni fornitori (bisarche, materiali plastici) a poter esercitare un potere di chiusura sugli stabilimenti?

Eppure su Corriere sembrava il contrario...

Ciao

Paolo

Michele Reccanello ha detto...

@Paolo
è importante che ognuno faccia la propria parte, perché solo così si ha autorevolezza che giustificata l'indignazione quando qualcosa va male.
Aggiungo è importante anche per non fornire alibi e scuse ai fallimenti della classe dirigente. E noi (intesa come base della piramide sociale) di scuse gliene abbiamo fornite a iosa in questi anni. E per questo maturate tutte le più balsane idee tipo la flessibilità (alla ca**o di cane), i contratti più ridicoli, e molto altro per ciò che riguarda la previdenza.